Intervista a Dougie

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dougie.jpgPubblicata sulla rivista musicale Freequency:

Un recente sondaggio ha rilevato che in Gran Bretagna una famiglia su otto possiede The Man Who. Da allora il gruppo ha sempre sfornato lavori di qualità, presentandosi oggi, dopo 4 anni di assenza discografica, con le nuove energie di The Boy With No Name. Abbiamo incontrato Dougie Payne, il simpatico bassista della band di Glasgow.

Avete detto che questa album è un grande ritorno. Cosa significa?
Dopo l’ultimo album ci siamo presi un periodo di riposo, occupandoci d’altro, pur suonando appena possibile. Ritrovarsi insieme è stato divertente. Diciamo che il successo ha una faccia piacevole, ma alla fine devi sempre fare uno stop perché ti mette sotto pressione, sei confuso, non hai più il controllo dei rapporti tra le persone ed arrivi a chiederti chi sei, cosa fai, cosa ti succede. Domande alle quali non sai dare risposte.

Come avete superato queste difficoltà?
Semplicemente vivendo! Siamo tornati a fare le nostre vite normali, ad avere dei ritmi diversi, tranquilli e rilassati, lontani dallo stress dello star system. Penso che 12 Memories, l’album precedente, possa essere considerato un punto di arrivo e di svolta. Oltre quel punto non potevamo andare e questo stato d’animo si rifletteva nella musica stessa, che era cupa, negativa. C’era quindi la necessità di fare ciò che abbiamo fatto, tornare alla realtà. Fran ha addirittura fatto un figlio! Lui dice giustamente che le nostre canzoni riflettono la realtà e questo siamo tornati a farlo con The Boy With No Name. Per noi il successo influenza inevitabilmente la musica, ciò che scrivi e anche ciò che sei.

Quando avete ripreso a “lavorare” siete entrati in studio con Brian Eno. Cosa avete fatto con lui?
Abbiamo fatto le prime session dell’album ed è stato veramente divertente. Sono stati solo due giorni, ma abbiamo sperimentato ogni cosa possibile con delle jam lunghissime, come mai prima, scambiandoci gli strumenti, il tutto guidato dalla fantasia e dalla strategia sonora di Eno. Ci ha dato molti consigli, non solo tecnici, ma anche sulla struttura e sulla composizione delle canzoni. Eno è stato un’insegnante molto utile. Il disco è nato sotto il suo segno.

Perché però poi avete lavorato con altri produttori?
Per vari motivi. Innanzitutto perché quando siano andati in studio con Eno non avevamo tutto il materiale pronto, molto lo abbiamo scritto nel corso dei mesi successivi. Un altro è che con Nigel Godrich avevamo già lavorato, ha prodotto i nostri migliori lavori e quindi ci dava maggior sicurezza. Poi abbiamo scelto Mike Hedges per le sue capacità nel “lavorare” la voce, per il suo modo di registrare e di impostare appunto il ruolo vocale. In questo è veramente fantastico. Siamo una band fortunata perché abbiamo potuto iniziare con Eno, imparare tante cose, finire con Mike che è fantastico nelle voci, e in mezzo lavorare con Nigel, che ha coordinato tutto e ha adottato tante soluzioni tecniche importanti.

Per questo album avete composto circa 40 tracce. Che fine faranno quelle escluse?
Due o forse tre entreranno nel prossimo disco, perché sono già quasi pronte, cucinate. Delle altre abbiamo fatto dei demo, ma alla fine abbiamo deciso di tenerle fuori perché non hanno passato il “controllo di qualità”. Altre infine non sono state prese in considerazione perché non ci piacevano proprio. Le 11 canzoni di questo disco sono tutte nuove, composte per l’occasione.

L’album copre differenti stati emotivi. Come mai questa varietà?

Un giorno Fran, durante le registrazioni, lo ha spiegato con una frase: è l’album perfetto per tutta la vita. Lo puoi ascoltare quando ti svegli, durante i momenti piacevoli e quelli meno piacevoli, quando sei con tuo figlio, con gli amici. Insomma, perché racconta dei differenti stati d’animo della vita.

Chris Martin vi ha definiti come la band che ha inventato i Coldplay: come vi sentite in questo ruolo?
(ride divertito, ndr) Probabilmente intendeva dire che è interessante e curioso quando la gente sente le stesse emozioni e ricava lo stesso feeling da due band, anche se sono differenti. Inoltre spesso tra i fan scatta l’emulazione, l’identificazione nei propri modelli. Certo il suono, il modo di scrivere possono essere simili, ma prima ancora di noi c’erano gli Stone Roses e altri gruppi che usano le chitarre o la melodia in un certo modo. Mi vengono in mente anche i Radiohead. Le radici possono essere comuni, in fondo è lo stesso albero genealogico. Penso che nessuna band inventi, ognuno elabora qualcosa di altri.

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