Intervista a Fran

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Rockol.it ha pubblicato un altro bell’articolo sui Travis. Si tratta di un’intervista a Fran dove si parla soprattutto, ovviamente, del nuovo disco e della positiva esperienza della collaborazione con Brian Eno.

Incontrare Eno è stato un po’ come andare da un fisioterapista. Eravamo rattrappiti e Brian ci ha rimesso in sesto. Non che ci abbia dato dei consigli particolari, ci ha solo fatto capire che per produrre buone canzoni dovevamo metterci in una stanzetta e concentrarci nella scrittura, non sperare che qualcosa venisse fuori dall’improvvisazione e dal suonare insieme: non siamo quel tipo di band. Brian mi ha fatto rivedere le cose sotto una prospettiva diversa, mi ha spronato a scrivere ‘piccole’ canzoni, a fare piccoli passi per volta: e se poi da questo approccio nasce un grande hit, ben venga. Ma non bisogna partire con idee grandiose in mente, non si può pretendere che una madre dia alla luce un uomo adulto”.

Parlando del titolo del nuovo disco, il cantante chiarisce: “The boy with no name era una frase contenuta in una e-mail che avevo mandato a un amico prima della nascita del bambino, quando ancora io e mia moglie non avevamo deciso il nome. Un giorno, mentre cercavo altre cose sul mio computer, l’ho riletta per caso e ho pensato che fosse proprio un bel titolo per un disco. Ma nell’album c’è una canzone sola ispirata alla paternità, ‘My eyes’. Il resto ha a che fare con le relazioni umane”.
Fran si sofferma anche in una riflessione sul disco precedente, 12 Memories (che in molte recensioni di The Boy With No Name sta venendo letteralmente denigrato): “Musicalmente”, dice Healy, “quel disco mi piace ancora molto, ma ammetto che nel realizzarlo non mi sono sentito molto a mio agio. Mentre lo registravamo ci sentivamo come se stessimo camminando in una foresta buia, ora all’improvviso siamo di nuovo usciti alla luce, in campo aperto. Non ci sono stati grandi cambiamenti, stavolta: il più importante è che Nigel Godrich, il produttore, non si è occupato dei missaggi come al solito: li abbiamo affidati a un tecnico di New York rendendo le cose differenti quel tanto che basta. Ho preso nota di quel che mi ha detto una volta il famoso designer Paul Smith, una persona che stimo molto: non c’è bisogno di fare rivoluzioni, nell’arte, bastano piccoli spostamenti progressivi. Se ti allontani troppo dalla tua strada rischi di partire per la tangente e schizzare via, invece bisogna mantenere un tratto riconoscibile, coerente con quello che si è fatto in precedenza. Ho cercato di essere deliberatamente ottimista in questo disco, l’umore generale è scaturito dai miei stati d’animo. D’altra parte in canzoni come ‘My eyes’, dove mi interrogo sul futuro di mio figlio augurandogli buona fortuna, confesso la mia paura di morire, che non è un argomento tipico delle canzoni pop. Lo stesso accade in ‘Battleships’, quando canto dell’annegare in un mare d’amore e d’odio…E’ questa sottigliezza, questa attenzione alle sfumature che mi piace nella musica che facciamo con i Travis”.

Poi sullo spirito che da sempre ha contraddistinto i Travis nei confronti del grande pubblico: “La differenza è che Doherty artista coincide con il suo personaggio, mentre i Travis sono sempre stati le loro canzoni. Da qui a sessant’anni mi auguro che qualcuna sia ancora in circolazione e sappia commuovere la gente. Voglio che ricordino la nostra musica, non le nostre facce. ‘Why does it always rain on me?’ è già diventata un classico, e anche ‘Sing’…. Succede per caso, non te ne accorgi finché non le suoni dal vivo e registri la reazione del pubblico: tra quelle nuove è stata proprio ‘My eyes’, finora, a riscuotere il maggior successo in concerto. Puoi fare un intero disco di canzoni belle e originali come quelle di The Good, The Bad And The Queen e probabilmente da qui a dieci anni non se ne ricorderà nessuno. Questa almeno è la mia impressione…Certi dischi sono come quotidiani che durano lo spazio di un giorno, altri sono come romanzi che durano per sempre”.

Immancabile è il riferimento a Ben Stiller, guest star del video di closer: “L’ho conosciuto quando è venuto a vederci suonare alla Knitting Factory di Los Angeles, e lì ho scoperto che era un fan e conosceva tutte le canzoni a memoria. E’ una persona piacevole e simpatica, di grande talento e misurato, molto normale. Niente a che vedere con i classici stereotipi della gente di Hollywood, per questo mi piace e mi trovo bene insieme a lui. E’ molto riservato, e in questo mi assomiglia molto”.

Infine l’amore per le grandi città inglesi ed americane: “vorrei starci di più, a Manhattan; mi piace perché è un’isola come la Gran Bretagna, perché è una vera metropoli e perché la gente che ci abita è onesta e amichevole”.
Infatti l’ultima canzone del nuovo disco, “New Amsterdam”, è un tributo ad una città a cui Fran è particolarmente legato: “Volevo fare un omaggio, ma non sapevo da che parte cominciare. Così ho preso spunto dalle prime cose che avevo sott’occhio, i libri, i dischi e i dvd sparsi sul pavimento del mio appartamento newyorkese: Jean-Michel Basquiat, François Truffaut, Bob Dylan, Martin Scorsese, ‘Paris, Texas’ … Ho scritto come in preda a un flussi di coscienza, alla fine la canzone è diventata qualcosa di più di un inno a New York”.

In conclusione, una riflessione sull’attività di questi ultimi anni di silenzio musicale ma caratterizzati da elevata frequenza di attività umanitaria e in particolare il viaggio fatto in Sudan: “Vorrei tornarci ma mia moglie non vuole perché ha paura. In effetti c’è mancato poco che ci lasciassi la pelle quando ci sono stato un anno e mezzo fa. I guerriglieri tesero un’imboscata all’auto su cui viaggiavamo e uccisero due persone…. Ma voglio ancora impegnarmi per l’Africa, anche se mi rendo perfettamente conto che è più facile far cantare e ballare un milione di persone che convincere un politico a cambiare idea. I nostri leader considerano l’Africa un continente economicamente sottosviluppato ma l’Occidente è messo peggio perché ha perduto le cose che il denaro non può comprare: il rispetto per gli anziani, il senso di solidarietà e di comunità. Visitando l’Africa, ho capito che il vero Terzo Mondo oggi siamo noi”.

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